RMO 271 – Ottobre 2025
IL FUTURO DELLE IMPRESE È NELLE MANI DEI FONDI?
Lo scorso 30 luglio l’indianaTata Motors ha annunciato l’acquisizione di Iveco Group e il giorno seguente, schiacciata da 4,9 miliardi di euro di debito, Marelli è stata consegnata dal fondo Kkr ai creditori guidati dal fondo Strategic Value Partners. E si parla di cessione delle batterie Fiamm al fondo tedesco Aurelius, dell’interesse di un Gruppo italo-cinese per il produttore di sedili Lear e del probabile passaggio tra multinazionali americane della proprietà delle trasmissioni Dana. Sullo sfondo, poi, l’annosa vicenda dell’Ilva di Taranto. Tra il 2002 il 2023 il numero di imprese manifatturiere in Italia è diminuito del 38%, ossia 210 mila unità. La base della manifattura italiana è data da un tessuto di piccole e piccolissime realtà, nate soprattutto dalla voglia di riscatto nel secondo dopoguerra. Una dimensione che, se da un lato permetteva di esaltarne la flessibilità e la creatività, si è rivelata negli anni inadeguata ad affrontare le sfide della globalizzazione e dal confronto internazionale di competitor con dimensioni ben superiori. In questa transizione stanno giocando un ruolo cruciale i fondi di investimento, pronti ad acquisire ed aggregare aziende italiane, che spesso a conduzione famigliare. Un quadro a cui nemmeno il mondo della macchina utensile si è potuto sottrarre negli anni. Ma fondi ed imprese hanno orizzonti diversi per il ritorno di investimento già nella loro ragion d’essere: se i primi necessitano di brevi lassi temporanei per soddisfare i propri investitori, i secondi realizzano traguardi di ben più lunga gittata. Se per un certo periodo i due obiettivi hanno potuto convivere, ora la crisi del manifatturiero tedesco e l’imposizione dei dazi statunitensi stanno mettendo a dura prova questi due modelli. È un tema su cui la manifattura italiana sta interrogandosi. Ma che deve necessariamente coinvolgere anche la strategia politica industriale di questo Paese.


