I finanziamenti nazionali alla ricerca industriale
Dalla rivista:
RMO – Rivista di Meccanica Oggi
Un quadro generale e un orientamento per districarsi nelle problematiche
di utilizzo di questi strumenti.
È oltremodo risaputo, nell’ambito di quanto dichiarato sulla stampa, nei media, e nell’opinione generale del pubblico, che il sistema industriale italiano non goda certo fama di presentare caratteristiche di forte innovazione tecnologica nei propri prodotti e processi produttivi.
Tale situazione è dovuta a molti e complessi fattori, storici, politici, economici e culturali, tra i quali spiccano, per importanza, le particolari problematiche poste dalla particolare struttura del sistema industriale italiano, composto, come esso è, essenzialmente da piccole e medie imprese (PMI), le cui necessità di ricerca sono, spesso, oggetto di ampio dibattito.
Le PMI dovrebbero fare ricerca? Le ragioni per dare una risposta affermativa a tale asserzione dipendono in buona misura dal fatto che le PMI sono sempre più proiettate in uno scenario di globalizzazione, in cui si debbono trovare a competere con le grandi imprese; in questo ambito, una PMI può muoversi in una sola delle seguenti direzioni:
· Posizionare la propria offerta tecnico/economico/produttiva dietro alle grandi imprese.
Questo implica che la PMI dovrà effettuare quelle lavorazioni ed allestire quei prodotti che le grandi imprese non fanno più o fanno come mercato marginale, prodotti dotati di basso contenuto tecnologico, speculando sul basso costo della manodopera e sul largo consumo.
Questa soluzione richiede un basso valore aggiunto e presenta come ulteriore lato negativo una forte concorrenza dei paesi emergenti: essa non è certamente la strada vincente da percorrere in un contesto di paesi sviluppati.
· posizionarsi a lato delle grandi imprese: questa soluzione prevede lo sfruttamento da parte della PMI dei mercati di nicchia che le grandi imprese non prendono in considerazione perché troppo ristretti.
Tale soluzione presenta due lati negativi: da una parte, il fatto che il mercato sia ristretto rende difficile la crescita dell’azienda; dall’altra, le nicchie di mercato stesse possono essere velocemente cancellate dall’evoluzione tecnologica.
· posizionarsi davanti alle grandi imprese: questo sarebbe il modo migliore per affrontare il mercato, sfruttando i minori tempi di decisione e la maggiore flessibilità operativa delle PMI per generare prodotti e processi innovativi, mantenendo un “lead time” rispetto alle grandi aziende, e sfruttando il periodo iniziale di “solitudine” sul mercato.
Questa strategia, che è a parere dello scrivente la strategia ottimale per operare in un contesto industriale avanzato, cozza con le necessità di elevati investimenti in ricerca e sviluppo, per le quali si rende necessaria la disponibilità di capitali di rischio di difficile reperimento per le PMI.
Per questa ragione, sono necessari, da parte dello Stato, come accade per tutti i paesi industriali avanzati, delle strategie e degli strumenti di agevolazione per la ricerca nelle PMI.
Il presente articolo si propone di individuare e delineare gli strumenti esistenti a livello nazionale dedicati al finanziamento della ricerca industriale per le PMI.
Si è deciso di trascurare in questo ambito le opportunità offerte a livello comunitario, in quanto al momento ci troviamo in un periodo di transizione dal V Programma Quadro al VI Programma Quadro, i cui lineamenti non sono ancora del tutto chiari.
Si aggiunga inoltre che, nell’ultimo anno, è stata attuata in Italia una profonda operazione di ristrutturazione e di revisione degli strumenti di finanziamento della ricerca industriale, operazione che sta offrendo alle PMI delle possibilità nuove e interessanti per il finanziamento delle strategie di ricerca.
Le dinamiche della ricerca
Supponiamo di voler sviluppare un nuovo prodotto oppure un nuovo processo tramite un progetto di ricerca.
Per giungere dalla prima idea al prodotto industriale pronto per la commercializzazione, bisogna passare attraverso un serie di ben distinte fasi di sviluppo.
La prima fase consiste nella ricerca e sviluppo vera e propria, che si svolge spendendo risorse (fondi, manodopera, ecc.), secondo una curva di effort che ha il suo momento sensibile in corrispondenza della prima riga in figura 1, quando si arriva al momento della verifica della fattibilità (ricerca industriale) dell’idea di base, ovvero, in generale, alla costruzione di un prototipo sperimentale che dimostra la fattibilità industriale del prodotto/processo che si è immaginato (sperimentazione precompetitiva).
Segue una seconda fase, che consiste nell’ingegnerizzazione, cioè nella trasformazione del prototipo dimostrativo sperimentale in un prodotto industriale (industrializzazione), gestendo tutte le fasi inerenti alle certificazioni, alla pianificazione della produzione, all’affidabilità, alla manutenzione, ecc.
: questa fase è più breve rispetto alla precedente, ma presenta, come evidenziato in figura, una maggiore intensità in termini di capitale investito.
La terza fase consiste nel lancio del prodotto/processo sul mercato, e dunque un effort ancora maggiore che prosegue a regime nell’attività di produzione e commercializzazione del prodotto finale.
Viene naturale chiedersi perché supportare con finanziamenti di stato proprio la ricerca e sviluppo, quando in pratica si vede dalla figura 1 che gli esborsi maggiori avvengono nelle fasi successive di ingegnerizzazione, produzione e commercializzazione.
La risposta sta nel livello di rischio, differente nelle tre fasi.
Nel caso delle due fasi finali di industrializzazione, produzione e commercializzazione del nuovo prodotto/processo, l’imprenditore dispone, in effetti, di “qualcosa” (un prototipo, un brevetto, una tecnologia verificata in laboratorio, ecc.) che può giustificare un investimento.
Quindi queste fasi di investimento possono sostanzialmente essere rapportabili al normale rischio industriale, e quindi finanziabili mediante i normali strumenti industriali (venture capital, fidi bancari,ecc.).
La fase iniziale, invece, presenta un rischio tecnologico molto elevato, e quindi risulta molto difficile che un piccolo imprenditore, che ha scarsità di capitali, investa su un’idea che potrebbe rivelarsi sbagliata, o priva di mercato, o già brevettata nel frattempo da qualcun altro più rapido; egli prediligerà un investimento più sicuro su ingegnerizzazione o produzione e commercializzazione di un prodotto/processo la cui tecnologia è stata, magari, acquisita altrove.
Per compensare questo svantaggio intrinseco che gli investimenti in ricerca e sviluppo presentano, per piccole e medie imprese con difficoltà di reperimento di capitali di rischio (quali la grande maggioranza delle PMI italiane), esistono tutta una serie di strumenti agevolativi, i quali hanno l’ambizione di fornire un aiuto alle PMI per compensare questo fattore di rischio aggiuntivo.

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