AI contro AI, la nuova frontiera della guerra cyber con Axitea
Nella guerra per la cyber sicurezza, AI contro AI è la nuova frontiera dello scontro, come spiega Giorgio Triolo, CTO di Axitea.
Nel 2025 sono stati registrati a livello globale 5.265 incidenti informatici confermati e di pubblico dominio, il 48,7% in più rispetto all’anno precedente: il tasso di crescita più elevato mai rilevato dal Clusit in quattordici anni di analisi. A spingere questa accelerazione è, in misura crescente, l’uso dell’intelligenza artificiale impiegata dagli attaccanti come moltiplicatore di forza. Phishing e social engineering sono cresciuti del 75%, il malware del 18%. Gli attaccanti usano l’AI per generare malware polimorfico che sfugge alle firme tradizionali, per costruire campagne di phishing personalizzate su scala industriale, per orchestrare attacchi ibridi che combinano ingegneria sociale, deepfake e intrusione di rete in sequenze automatizzate. Quasi tre invii di e-mail malevoli su quattro sono oggi individuali e mirati, rendendo la fiducia stessa una superficie d’attacco.
Il confine tra reale e artificiale si è assottigliato fino quasi a sparire, tanto che ora la battaglia si combatte tra AI e AI. E una difesa costruita su logiche che non tengono conto dell’intelligenza artificiale non è semplicemente inefficiente: è strutturalmente inadeguata.
La difesa che non funziona più: le barriere sono ormai superate
Di fronte a questa accelerazione, molte organizzazioni continuano a investire sullo stesso modello: perimetri più robusti, regole più stringenti, controlli più frequenti. È una risposta comprensibile, ma parte da un presupposto che non regge più. Il modello perimetrale si basa sull’esistenza di un confine definito da difendere. Ma nel 2026 quel confine non esiste più: la superficie d’attacco si estende ai fornitori, ai sistemi OT, agli accessi remoti, ai dispositivi IoT. È significativo che il Clusit abbia introdotto quest’anno una nuova categoria di severity, “Extreme”, per descrivere gli incidenti dalla portata più devastante e sistemica: una categoria che nel 2024 non esisteva perché tali eventi erano statisticamente irrilevanti. Nel 2025 rappresentavano già il 2,7% del totale.
Gli attacchi non crescono solo in numero: crescono in profondità e in ampiezza. Un sistema difensivo statico non può tenere il passo con un avversario che adatta le proprie tattiche in tempo reale, che impara da ogni tentativo bloccato e che, come documentano i dati, sta aumentando del 96% le campagne che colpiscono contemporaneamente bersagli multipli su settori diversi. Il problema non è la qualità del perimetro, ma che il perimetro non è più un modello adatto.
“La risposta a un attaccante che usa l’AI per adattarsi in tempo reale non può essere un sistema di difesa rigido e reattivo. Deve essere un sistema nervoso – spiega quindi Triolo -: una struttura distribuita e intelligente che percepisce, correla e risponde attraverso tutti i domini dell’organizzazione (IT, OT, fisico) in modo continuo e adattivo. In pratica, significa questo: un accesso anomalo a un sistema SCADA, un badge usato in orario insolito e un traffico di rete sospetto non sono tre eventi separati da gestire in tre silos diversi. Sono tre segnali deboli che, correlati in tempo reale da un sistema AI, rivelano un potenziale attacco ibrido in corso, molto prima che si trasformi in un incidente conclamato”.
La velocità di rilevamento non si misura più in giorni, ma in secondi. La risposta non può attendere una riunione del team di sicurezza. L’AI difensiva non si limita a riconoscere gli attacchi noti: costruisce un modello comportamentale dell’intera organizzazione e identifica le deviazioni che preannunciano una minaccia. È una difesa che non presidia un confine, ma comprende un ecosistema. Ed è proprio questa capacità sistemica il presupposto per ciò che conta davvero: mantenere o ripristinare l’operatività.
L’umano al centro: da operatore a interprete
C’è un rischio che va nominato chiaramente: pensare che la risposta sia semplicemente ‘più AI’. “La tecnologia di per sé non basta. Serve la tecnologia giusta, integrata nel modo giusto, soprattutto governata dalle persone giuste – osserva ancora Triolo -. Nell’era del confronto tra AI e AI, il ruolo dell’analista di sicurezza non è sparito: si è ridefinito. Non è più chi setaccia manualmente migliaia di alert in cerca di quello rilevante. È il direttore d’orchestra, che conosce il contesto, riconosce quando uno strumento è fuori tempo, lo corregge se possibile e ne decide l’interpretazione. L’AI gestisce l’esecuzione tecnica con velocità, scala, correlazioni, ma è l’intelligenza umana a contestualizzare il segnale e a tradurlo in decisione. Le organizzazioni che stanno adottando un approccio AI-driven alla difesa, potenziando contemporaneamente i propri analisti, stanno dimostrando che il vero vantaggio competitivo non è non essere attaccati. È tornare operativi in ore, non in settimane. La guerra AI contro AI è in corso e si sta intensificando. La domanda non è se scendere in campo e affrontarla, ma come farsi trovare pronti”.
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