Beni strumentali, 2022 in rallentamento nella previsione di Federmacchine
Per il 2022 è previsto un rallentamento dell’industria dei beni strumentali in Italia, dopo le ottime performance registrate nei dati elaborati dal Gruppo statistiche Federmacchine per il 2021, che hanno visto il fatturato toccare i 50,4 miliardi di euro, in aumento del 21,6% sul 2020, migliorando anche il record segnato nel 2018. Nel 2021 le esportazioni sono cresciute del 18,1% a quota 32,9 miliardi di euro, riportandosi ai livelli pre-pandemici ma restando al di sotto dello slancio che avevano avuto nel 2018.
Nel 2021 ottima è stata anche la performance delle consegne dei costruttori italiani sul mercato interno che, trainate dal consumo, hanno raggiunto il valore di 17,5 miliardi di euro, pari al 28,6% in più rispetto al 2020. Protagonista di una crescita senza precedenti è stata pure la domanda espressa dal mercato domestico che è cresciuta del 29,7% rispetto all’anno precedente e si è attestata a 27,2 miliardi di euro, un valore mai raggiunto prima.
Anche l’import ha beneficiato della vivacità della domanda interna attestandosi a 9,6 miliardi di euro, il 31,7% in più rispetto al 2020. Le imprese italiane del settore hanno però dimostrato di saper ben presidiare il mercato locale, come evidenziato dal dato import/consumo che resta al 35,5%. Il rapporto export/fatturato è sceso, di due punti percentuali, a 65,2%.

Le previsioni Federmacchine per il 2022 sono quini di tenore differente: la crescita registrata nel 2021 fermerà la sua corsa stabilizzandosi. In particolare, il fatturato crescerà a 51 miliardi, l’1,3% in più del 2021. L’export, atteso in crescita del 2,1%, si attesterà a 33,5 miliardi di euro. Il rapporto export/fatturato crescerà al 65,7%.
Il consumo interno raggiungerà il valore di 27,8 miliardi di euro, il 2,4% in più rispetto al 2021. Ne beneficeranno sia le importazioni, attese in crescita, del 7,4%, a 10,3 miliardi di euro, sia le consegne dei costruttori che dovrebbero restare stabili a 17,5 miliardi, – 0,3% rispetto all’anno precedente. Il rapporto import/consumo crescerà a 37,2% restando dunque sui livelli tradizionali.

Con riferimento alla distribuzione delle vendite, nel 2021, la quota di fatturato realizzata in Italia si è attestata al 35%. Il 28% del totale è stato destinato agli altri paesi dell’Unione Europea. L’Area-UE assorbe quindi circa il 63% del fatturato italiano di settore. Segue l’export in Asia (10%) e in America settentrionale (10%). L’Europa Extra-UE ha assorbito l’8,9% del totale.
Nel 2021, l’export italiano di comparto ha mostrato crescita a doppia cifra in tutti i principali mercati ad esclusione di Spagna e Russia che hanno segnato crescite più deboli. Meglio di tutti, in termini di incremento, hanno fatto Turchia e India. Principali mercati di destinazione sono risultati: Stati Uniti (4 miliardi euro, +21,4%); Germania (3,5 miliardi +14,8%); Francia (2,2 miliardi +15,8%); Cina (2 miliardi, +16,6%); Turchia (1,4 miliardi +34,6%).

Nel periodo gennaio-marzo 2022, le esportazioni di beni strumentali italiani sono cresciute (+8,8%) rispetto allo stesso periodo del 2021. Osservando la classifica di destinazione dell’export, nei primi tre mesi, si confermano sostanzialmente le posizioni registrate nel 2021: Stati Uniti (613 milioni; +13,7% rispetto gennaio-marzo2021); Germania (584 milioni, +5,9%); Francia (366 milioni di euro; +4,5%); Cina (319 milioni -0,9%); Spagna (206 milioni; +13,2%). L’unico arretramento è relativo ai paesi extra-UE, determinato per lo più dallo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina: Russia (-18,3%), Ucraina (-55,3%), Bielorussia (-43%) ma anche Turchia (-9,3%) e Regno Unito (-9,1%). Bene invece le vendite in Svizzera (+21,8%).
Giuseppe Lesce, presidente Federmacchine, ha così commentato: “I dati appena presentati ci dicono che, archiviato il 2020 flagellato dallo scoppio della pandemia, nel 2021 le imprese italiane del bene strumentale sono state protagoniste di una performance davvero eccezionale. Il mercato italiano, sostenuto dagli incentivi 4.0, ha premiato la nostra offerta facendo volare il dato delle consegne dei costruttori e incentivando anche le importazioni. Il processo di transizione 4.0, avviato ormai da parecchi anni, è in una fase cruciale del suo dispiegamento perché la consapevolezza della necessità di innovare gli impianti manifatturieri si sta allargando ad una platea sempre più ampia di imprese”.
“Per questo – ha proseguito il presidente – riteniamo che gli incentivi 4.0 debbano divenire strutturali, così da accompagnare in modo continuo e costante l’evoluzione tecnologica delle fabbriche. Alle autorità di governo chiediamo quindi di ragionare su un sistema che preveda il mantenimento di queste misure anche oltre il 2025. Contestualmente è assolutamente necessaria la revisione della normativa sugli ammortamenti che è molto importante per le decisioni di investimento delle aziende. Le norme italiane sono ferme a tabelle stabilite nel 1988, ormai completamente obsolete nel rappresentare i tempi di deperimento dei moderni beni strumentali. Addirittura, ci sono tipologie di beni neppure previste dalle tabelle. Rispetto a questo punto, i nostri imprenditori sono in netto svantaggio rispetto ai colleghi esteri”.
“Il 2022 appare decisamente più complesso del 2021: inflazione in accelerazione; ostacoli al funzionamento delle catene di fornitura; aumento della volatilità dei mercati finanziari; ulteriori rialzi dei prezzi delle materie prime, di quelle energetiche e dei beni alimentari sono tutti fenomeni che fanno ormai parte del nostro quotidiano – rimarca infine Lesce -. Perfino l’avvicinarsi della parità tra euro e dollaro, che in effetti dovrebbe sostenere l’export dei paesi dell’Unione verso gli Stati Uniti e verso le aree legate alla moneta americana, preoccupa poiché rischia di far crescere ancora di più i prezzi di materie prime ed energia.
“Per questo chiediamo un programma di interventi straordinari mirati a ridurre gli effetti più pesanti derivati dalla pandemia prima, e dalla guerra poi. Materie prime e costi dell’energia stanno diventando insostenibili per molti comparti del settore rappresentato dalla federazione e per moltissimi settori clienti. Il rischio è la paralisi di importanti filiere manifatturiere a tutto vantaggio dei nostri competitors, asiatici per primi. La soluzione è una sola: l’Europa deve muoversi unita se vuole veramente difendere il suo patrimonio culturale ed economico fatto di conoscenza, manifattura e regole condivise”.
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