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Cresce l’export della macchina utensile italianaERT

La decisa battuta d’arresto degli Stati Uniti e l’incapacità dell’Europa di sostituirli nel ruolo di locomotiva del sistema globale hanno determinato il rallentamento dell’economia mondiale, la cui crescita si è arrestata intorno al 2%. Anche il commercio internazionale ha perso slancio, come dimostrato dalla diminuzione delle esportazioni (-5,3%) e importazioni (-6%) di macchine utensili. Ne sono stati penalizzati il Giappone, preda della recessione, e l’America Latina, dove abbiamo assistito alla grave crisi argentina. Risultati migliori si sono avuti in Russia, Cina e India, meno condizionate dall’andamento mondiale. Nel 2001 l’Unione Economica e Monetaria europea ha subito il ciclo statunitense, con una netta contrazione del tasso di crescita del PIL, passato da +3,3% a +1,5%. Per quanto riguarda l’Italia, l’economia è cresciuta dell’1,8%, oltre un punto percentuale in meno rispetto al 2000, anche se è stata la Germania a registrare il risultato peggiore. Per il 2002 in Italia è attesa una crescita molto lenta, preludio alla ripresa che potrebbe manifestarsi all’inizio del 2003. Condizionate da un andamento economico complessivo negativo, produzione e consumo dell’industria mondiale delle macchine utensili sono dunque calate nel 2001 in maniera tale da vanificare i progressi del 2000. Così viene dipinta la situazione dell’industria mondiale dall’Ucimu-Sistemi per Produrre, l’Associazione costruttori italiani macchine utensili, robot e automazione, che nel corso dell’assemblea annuale dei soci ha annunciato il ritorno della produzione in valore assoluto sotto i 35 miliardi di dollari e il calo del 3% del consumo mondiale, sceso a 33,3 miliardi di dollari.

Industria italiana in controtendenza

In questo scenario, l’industria italiana della macchina utensile ha saputo muoversi in contro tendenza confermando il terzo posto della graduatoria mondiale sia per produzione (con un aumento nel 2001 dell’1,1% a 4.632 milioni di euro), sia per esportazione (cresciuta del 12,1% a 2.290 milioni di euro). Gli ordini hanno subito una pressione, sfociata nella contrazione dell’indice a 99 (base 1995 = 100): gli ordini interni sono diminuiti del 22,6% e quelli esteri del 18,6%. Calando la domanda interna (-7,7%), le esportazioni hanno sostenuto la produzione; la propensione all’export per la maggior parte dei costruttori italiani è conseguentemente aumentata mentre il consumo nazionale è diminuito del 5,7% a 3.905 milioni di euro. Anche le importazioni sono calate del 2,4% (1.563 milioni). Il forte squilibrio tra importazioni ed esportazioni ha portato quindi a una crescita consistente (+64,5%) dell’attivo del saldo commerciale. Nel 2001 la quota d’utilizzo della capacità produttiva, scesa al 79% nel quarto trimestre, è risultata inferiore di quasi due punti percentuali rispetto a quella del 2000. Il carnet ordini ha registrato un lieve calo da 5 a 4,8 mesi di produzione assicurata, in linea con i valori riscontrati tra il 1997 e il 1999. Nel primo semestre 2001 i costi di manodopera e delle materie prime sono saliti in maniera inferiore rispetto ai prezzi, un trend che si è invertito nella seconda parte dell’anno che ha visto i costi crescere del 3,6% nel terzo trimestre e del 3,2% nel quarto, mentre i prezzi sono aumentati dell’1,9% e dello 0,9%. Per il 2002 è prevista una crescita più sensibile rispetto al 2001. La produzione dovrebbe infatti salire del 3,4% a poco meno di 4.800 milioni; per la domanda interna si prevede una crescita del 3,3% per raggiungere quota 4.035 milioni, il 60% dei quali dovrebbe essere destinato alle imprese italiane. Le esportazioni dovrebbero aumentare del 3,5% a 2.370 milioni e le importazioni del 3,3% a 1.615 milioni.

La struttura dell’industria italiana

In Italia operano numerose aziende di medie e piccole dimensioni, spesso a conduzione familiare. Secondo un’indagine condotta da Ucimu-Sistemi per Produrre nel 2000, il 75,8% delle imprese fattura meno di 12,5 milioni di Euro e l’83,2% occupa meno di 100 addetti, ma quelle con oltre 100 addetti fatturano più del 74% del mercato. Le imprese che hanno fatturato più di 25 milioni (9% del totale) hanno realizzato il 53% della produzione e coperto il 60% delle esportazioni italiane. Questi dati confermano la scelta delle grandi aziende di esternalizzare numerose fasi di lavorazione per concentrarsi sulle attività strategiche con maggiore valore aggiunto. Anche la distribuzione geografica ha dimostrato l’importanza per i costruttori di essere vicini a clienti e fornitori, per cui quasi la metà delle unità produttive del settore si trova in Lombardia ma anche in Emilia Romagna (16,3%), Triveneto (15,7%) e Piemonte (11,2%), una regione che vanta anche la più elevata propensione all’export.