Un recente rapporto del Centro studi di Assobiomedica ci permette di dare uno sguardo al settore biomedicale. Quello dei dispositivi medici si conferma essere un settore dall’intensa attività sul fronte tecnologico e con una crescita continua delle opportunità. L’Italia conferma il proprio posizionamento non di primo piano
Il censimento 2011 ha identificato 1118 imprese di produzione, cui si attribuiscono quasi 7 miliardi di euro di fatturato. Oltre l’80% delle imprese e dei rispettivi siti produttivi e oltre il 90% del fatturato sono concentrati in sei regioni: Lombardia, Emilia- Romagna, Veneto, Toscana, Lazio, Piemonte. Per la maggior parte le imprese di produzione sono di piccole dimensioni. Il 21% ha struttura multinazionale; a esse fa capo il 69% del fatturato. L’8% ha capitale estero; a queste fa capo il 28% del fatturato. L’83% si occupa prevalentemente di produzione diretta, il restante 17% di produzione per conto terzi. Le imprese di produzione per conto terzi sono una componente significativa del tessuto industriale del settore, anche in termini di fatturato: sono state censite in tutto 194 imprese che si occupano prevalentemente di produzione per conto terzi, cui si attribuisce un fatturato complessivo pari a 890 milioni di euro.
I dati 2012 evidenziano una buona performance delle esportazioni (superiore alla media italiana) e un calo delle importazioni, con il dimezzamento del deficit commerciale italiano. La produzione ha recuperato la flessione del 2011 tornando sostanzialmente ai valori del 2010; il saldo della bilancia commerciale è migliorato, pur rimanendo – anche se di poco – negativo. Sul fronte del mercato interno i segnali sono tutti indicativi di un momento molto difficile, soprattutto per quanto riguarda la domanda pubblica: infatti, negli ultimi due anni la domanda interna complessiva è scesa del 9% e quella pubblica di oltre l’11%. Le imprese chiuse tra il 2010 e il 2011 o in chiusura nel 2012 risultano essere 216. Le maggiori sofferenze si osservano nelle imprese site nelle regioni meridionali e in Emilia- Romagna; nelle imprese di distribuzione; nelle imprese che non hanno una struttura multinazionale; in quelle a capitale italiano e nei comparti elettromedicale diagnostico e biomedicale strumentale.
Risultano, invece, in minori difficoltà le imprese di produzione che operano in segmenti di mercato molto piccoli (che proprio per via delle modeste dimensioni dei vari mercati nazionali a cui si rivolgono hanno dovuto internazionalizzarsi maggiormente fin da subito) e caratterizzati da una maggiore domanda privata e le imprese che prestano maggiore attenzione alla qualità dei propri processi aziendali e riescono a essere più innovative.
Tra il 2010 e il 2011 si stima che il tasso medio di investimento in R&S in Italia da parte delle imprese di produzione sia sceso dal 6,7% al 5,2%, quello delle multinazionali estere commerciali dall’1,1% allo 0,1%; con riferimento a queste ultime, il tasso medio di investimento in studi clinici risulta essere sceso dal 2,3% allo 0,9%. Tutto questo ha portato a una caduta complessiva degli investimenti in R&I pari a -28%. Al contrario il peso degli investimenti esteri sul totale risulta essere cresciuto dal 42% al 48%, ma in un quadro totale che vede diminuiti gli investimenti nel settore in Italia.
Perdita di investimenti
In altre parole, è l’Italia che negli ultimi anni pare aver perso attrattività nei confronti dell’industria dei dispositivi medici, mentre altri Paesi, evidentemente, sono riusciti a intercettare maggiori investimenti. È anche emerso che si tratta di un tipo di investimento strategico che l’industria tende a concentrare in un numero di Paesi via via più piccolo. Questo vale sia per gli studi clinici – che prescindono dal Paese dove vengono svolte le attività di produzione e di R&S – sia per la R&S, che invece si nutre di collaborazioni e ‘infiltrazioni’ esterne.
Il crollo degli investimenti nel nostro Paese si reputa oggi legato a diversi fattori: la crisi economica generale, la stretta creditizia; la mancata normalizzazione dei tempi di pagamento delle forniture; la contrazione del mercato domestico; una fiscalità che non favorisce gli investimenti in ricerca e – sopra ogni altro aspetto – politiche pubbliche di acquisto e di rimborso che non premiano l’innovazione. L’effetto combinato di tutti questi fattori risulta amplificato dalle caratteristiche dei processi di innovazione tipici del settore, che si nutrono in gran parte di collaborazioni con soggetti esterni alle imprese. Anche la tendenza a concentrare gli investimenti e le collaborazioni è un ulteriore elemento che spiega la misura del loro calo in Italia. Ciononostante, negli ultimi anni nel nostro Paese si osserva un’accelerazione nel tasso di introduzione di nuovi dispositivi nel mercato: un aspetto positivo che rischia seriamente di essere di breve durata.
Questo articolo è stato realizzato utilizzando ampi stralci del rapporto 2013 ”Produzione, ricerca e innovazione nel settore dei dispositivi medici in italia”. A cura del Centro studi di Assobiomedica (CSA), in collaborazione con il Servizio studi e ricerche di Intesa Sanpaolo.