“La situazione è complessa perché interessa l’intero sistema economico mondiale, in senso geografico e in senso di specializzazione produttiva. Nessuno, con l’eccezione di pochissimi ‘eletti’, è escluso.
D’altra parte, lo leggiamo su tutti i giornali, ne sentiamo parlare alla televisione, nei telegiornali e talk show, la crisi investe tutti gli ambiti della nostra vita e coinvolge tutti…
In Italia 700.000 imprese rischiano la chiusura, il che significa non più ‘soltanto’ cassa integrazione ma disoccupazione, famiglie strozzate dalle spese e dagli ‘impegni finanziari’ che avevano acceso anni fa quando le prospettive erano quantomeno di stabilità. Ora lo scenario è completamente cambiato, il futuro per le nuove generazioni appare difficile…
I media, i rappresentanti di governo, gli organi che ci rappresentano ci mostrano quotidianamente una situazione che, al di là dei facili ottimismi, è veramente tragica…
Da spettatore c’è però un aspetto che è balzato ai miei occhi e che, certamente, avrete notato anche voi: poco spazio, poca attenzione è riservata al dramma di chi oggi, più degli altri, è solo con i propri problemi. Penso all’imprenditore che spesso continua a lavorare senza paga, attingendo al proprio patrimonio personale, pur di allungare la storia della propria azienda, il suo lavoro di una vita, il sogno che diventa idea, l’idea che si concretizza in progetto…
Anni e anni passati a inventare, sviluppare, innovare processi e prodotti per rendere la propria impresa, partita con l’acquisto di un tornio posizionato in cantina firmando un pacco di cambiali “Sabatini“, più solida, più competitiva.
Attraverso gli anni e le sfide, attraverso mille difficoltà, l’impresa è divenuta più forte, capace di dare certezze all’imprenditore, alla propria famiglia, alle famiglie dei propri dipendenti che, cresciuti in numero in modo graduale per non fare il “passo più lungo della gamba”, hanno concorso all’affermazione dell’azienda nel panorama internazionale.
Una storia, questa, che è la storia di molti imprenditori che hanno contribuito, con il proprio lavoro, alla creazione del sistema industriale su cui fino a oggi si è retto il paese.
Nel secondo dopoguerra, si pensava a un Paese che si sarebbe sviluppato trainato da poche grandi imprese. Ci siamo trovati invece con migliaia di PMI buttate senza rete nella competizione mondiale. Senza rete perché i servizi erano stati pensati per poche aziende, ben strutturate, di cui le PMI sarebbero state fornitori.
L’innovazione, così come si pensò in origine, sarebbe stata appannaggio delle grandi, la formazione pure, i sostegni all’export (incentivi, assicurazioni e altro) strumenti riservati a chi aveva una forte e organizzata struttura.
Per non parlare del credito che gli istituti più prestigiosi concedevano a pochi grandi clienti, ‘più facili’ da controllare e gestire.
Le PMI, salvo timide attività di particolari settori e/o di nicchie superspecializzate, avrebbero dovuto lavorare per le imprese maggiori, producendo, se possibile su commessa, lasciando alle grandi la commercializzazione a livello internazionale.
L’evoluzione dell’industria italiana non è stata però conseguente al pensiero di chi l’aveva ideata.
Diverse grandi imprese sono crollate lasciando alla deriva le reti delle PMI, che si sono trovate a competere in modo diretto sul mercato internazionale, spesso senza poter disporre di servizi adeguati, per difficoltà degli erogatori di adattarsi al nuovo modello organizzativo.
I settori più avveduti, fin dove possibile, hanno cercato di ovviare a questi problemi, creando disponibilità di servizi associativi che potevano mettere loro a disposizione quelle facilitazioni che, normalmente, sono solo appannaggio di grandi imprese.
Anche grazie alle associazioni, risultato della lungimiranza di alcuni imprenditori, l’industria italiana si è sviluppata e ha permesso al paese di divenire emblema di stile e eccellenza in tutto il mondo.
La globalizzazione dei mercati, la necessità di rispondere immediatamente a richieste in arrivo da qualsiasi mercato hanno reso sempre più difficile il mantenimento della capacità competitiva delle nostre PMI.
Per questo, gli imprenditori, sempre di più, si servono delle conoscenze, dei servizi e delle opportunità offerte dalle associazioni di categoria, proprie creature, che agiscono come catalizzatori e solutori di nuove esigenze comuni, ambasciatori delle istanze dell’intero settore oltre che luogo di incontro e dialogo…
Proprio su questo punto desidero soffermarmi, sull’aspetto del confronto e del dialogo. Oggi più che mai l’imprenditore si sente solo. Lo so, perché molti si confidano con me, raccontano i loro pensieri, le perplessità e le paure per il futuro…
Gli ordinativi spariscono, il telefono suona solo perché il direttore della banca con il quale si lavorava da sempre è preoccupato perché l’impresa non è ancora ‘rientrata’ dall’affidamento concesso.
Anni di lavoro, di amicizie, di contatti, di rapporti spariscono e l’imprenditore si sente solo, nel suo ufficio dietro la sua scrivania, con le due sedie davanti, con la pianta di fiori vicino alla finestra.
I collaboratori hanno perso il sorriso e, vedendolo preoccupato, si preoccupano ancor più. Lo guardano aspettando che risolva tutti i problemi perché hanno sempre avuto fiducia in lui. Lo hanno sempre creduto forte, capace di risolvere ogni situazione.
Ma nulla può essere fatto in solitudine oggi che la società è cambiata.
Quelli italiani sono piccoli imprenditori: politicamente non contano perché non controllano voti, per le banche sono un numero, non hanno audience.
Anche ai media servono a poco, se non per incarnare la figura del ‘tiranno’, di colui che ha spremuto l’azienda quando poteva e ora lascia il campo mettendo in difficoltà i dipendenti e le loro famiglie…
E allora cosa si può fare? Per prima cosa bisogna uscire dalla solitudine per non cadere nella depressione che porterebbe tutto alla rovina. E poi?
E poi gli imprenditori devono ricordarsi delle loro associazioni, sollecitarle a organizzare incontri per permettere il confronto tra colleghi su problemi comuni a molti. Forse così per loro sarà anche più semplice ritornare in azienda e discutere con i collaboratori per riprendere a lottare insieme, per creare lavoro, sicurezza e voglia di essere ancora imprenditori”.
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